Libri tanto amati: Emilia Bersabea Cirillo e Cesare Pavese

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(Foto di Emilia Bersabea Cirillo)

Ho letto la prima volta La luna e i falò che avevo quindici anni. Pavese era uno scrittore di culto, negli anni settanta. Certamente aveva concorso a farlo diventare tale la sua vita conclusa tragicamente, il suo lavoro di consulente editoriale all’Einaudi, la poesia Verrà la morte, il diario Il mestiere di vivere. Tutto quello che aveva scritto Pavese mi aiutò ad interrogarmi, in quell’età acerba, sul senso della mia esistenza. Volevo imparare da lui, così tormentato e solitario, così schivo e ruvido, a trovare risposte al mio stare al mondo. Sembrava impossibile. Eppure per quegli anni lui, con i suoi libri e le sue poesie, fu per me un maestro di scrittura e di pensiero.  Pose la sua terra, le Langhe, al centro della prosa, e il suo paese, Santo Stefano Belbo, divenne un topos letterario. Scoprii che la sua terra e la mia avevano tante cose in comune: le colline, le nocciole, i castagni, i tartufi, i paesaggi dolci di viti, la lontananza dai centri, l’emigrazione, una certa silenziosa stranezza che ci fa diversi da quelli che vivono sulla costa. Pavese era figlio di un mondo che molto amava: interno, contadino, selvatico, in cui la natura dà un nome a tutte le cose e forse anche un destino, da cui lui era andato via. Come aveva fatto Anguilla, il protagonista de La luna e i falò, come avrei voluto fare io in quella tormentosa stagione della vita: andare e poi tornare, un’emigrante che partiva per l’Ammerica, con due m, come si dice da noi, alla ricerca di una sorte migliore.

O’ mmerecano, è colui che torna dopo anni al paese, non per raccontare la fatica che ha fatto a tirar su la vita, ma per mostrare benessere, per impossessarsi di qualcosa che è mancato alla sua giovinezza. Anche L’Americano era per i suoi paesani Anguilla, ritornato dopo vent’anni, che aveva scelto di non aver casa e di dormire nell’albergo in piazza, dalla finestra della sua stanza vedeva finalmente processioni e feste, come un vero signore. Anguilla sempre pensava a quando, ragazzo, lavorava prima con il Padrino, poi alla cascina della Mora, e sempre si chiedeva, un bastardo come lui, se fosse tornato per restare o per cercare un luogo da poter chiamare suo. “Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?”.

Era un periodo della mia vita che leggevo di tutto, pescando libri tra gli scaffali della biblioteca “Giulio Capone” di Avellino. Alcuni erano davvero troppo banali (i romanzi rosa, per capirci), altri troppo lunghi (i russi, per capirci). Pavese mi conquistò subito con quel suo agile libro dal titolo così secco e concreto, La luna e i falò, Premio Strega 1950. Pensai a due luci contrapposte e complementari, una gelida e ferma, l’altra caldissima e mutevole. I falò si facevano anche da noi, grandi cataste di legno che prendevano fuoco nelle notti di gennaio,  per scacciare il gelo d’inverno. E la luna è la luna, stava in cielo e illuminava le nostre incerte malinconie. Lo presi in prestito. Lo lessi d’un fiato. Quel libro aveva un attacco potente: “C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, Barbaresco o in Alba…Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so”. Ancora più giusta mi sembrò quella storia, fatta di memoria e di presente, non di nostalgia. Amai da allora, e tanto, le Langhe di Anguilla, la luce dei falò nella notte di San Giovanni, i pensieri su quella che era stata la sua vita di ragazzo bastardo, il vagabondare tra i campi di meliga, la decisone, già grande, di partire per Genova e poi imbarcarsi, il suo ritorno, l’incontro con il giovane Cinto che proverà a proteggere dal padre, le confidenze spartite con l’amico Nuto, il falegname che suonava il clarino e che non si era mai mosso dal paese. In quel libro non accadevano grandi fatti, e forse un libro così, oggi, sarebbe ben difficile da pubblicare. Ma accadeva la vita. E questo era tantissimo. Imparai che ogni luogo può essere raccontato e nominato, che ogni storia è importante per come la racconti, non per la storia in sé, che l’esistenza di un personaggio, la più semplice e banale, ha sempre zone oscure, nascoste, ha sempre rimandi, qualcosa al di là del percepibile, particelle che restano nell’aria come la polvere di un falò.

Amai la musica per bande, fino alla commozione, amai specialmente il suono del clarino, figurandomi Nuto che girava per i paesi: “Nuto… dice che per farcela a vivere in questa valle non bisogna mai uscirne. Proprio lui che da giovanotto è arrivato a suonare il clarino in banda oltre Canelli, fino a Spigno, fino a Ovada…Ne parliamo ogni tanto, e lui ride”. Amai le sfortunate donne della Mora, l’odore del mosto, le argille secche, le rive del fiume, il letto dei falò. Arrivai perfino a scrivere una poesia “Basta Nuto e il clarino per andare di notte in cerca di luna…”.

Comprai successivamente Tutte le opere di Cesare Pavese, in un cofanetto grigio. Ricomprai La luna e i falò cinque anni fa, in una libreria antiquaria di Bari, nell’edizione Einaudi del 1952, con la copertina cartonata e l’illustrazione sui toni dell’azzurro violaceo di Carlo Carrà. Lo leggo, ogni tanto. Sottolineo ancora frasi. Trovo tutto molto melodioso. Trovo tutto da imparare a memoria. Credo che la scrittura di Pavese sia tra le più musicali mai lette. Ha il ritmo lento di un poema greco, come se fosse raccontato da un aedo dalla voce greve, stanca, che per sentire bisogna stargli molto vicino.

Nei paesi d’Irpinia, in agosto, è sempre festa per il ritorno degli emigranti e dei figli che vivono lontano. I paesi si ripopolano, le case si riaprono, nelle strade sfilano processioni, i cieli si accendono di fuochi d’artificio. C’è una vita fittizia, sospesa, che per qualche giorno anima la gente e le piazze. È la vita di questa Irpinia, “le cui colline han fatto il mio corpo”, per dirla con Cesare.

Tranne che per qualche viaggio, io non mi sono mai mossa da Avellino. Tranne che per brevi periodi della sua vita, Pavese non si è mai mosso da Torino. La sua scrittura è stata per me partenza e ritorno, un viaggio attorno e dentro di me. Mi ha aiutato a vedere il mondo intorno a me, a dargli valore. Mi ha aiutato, insieme alla scrittura di Virginia Woolf e di William Faulkner, a decidere di scrivere. A fare di questo luogo d’Appenino interno del Sud il luogo delle mie storie. Non lo ringrazierò mai abbastanza.

***

Emilia Bersabea Cirillo, architetta, vive e lavora ad Avellino. Ha pubblicato Il pane e l’argilla. Viaggio in Irpinia (Filema, Napoli 1999), i racconti Fuori Misura (Diabasis, Reggio Emilia 2001), Premio Chiara 2002, i romanzi L’ordine dell’addio (Diabasis, Reggio Emilia 2005), finalista al premio Domenico Rea, e Una terra spaccata (Edizioni San Paolo, Milano 2010) vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata, i racconti Gli incendi del tempo (et al. edizioni, Milano 2013). Il suo ultimo romanzo è Non smetto di aver freddo, Iguana Editrice, 2016

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