76fbee07000bdbc0eff8418ae20ecdde_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Pierre Michon, Vite minuscole, trad. di Leopoldo Carra, ed. orig. 1984, Adelphi, 2016.

Confrontarsi con la scrittura di Pierre Michon – densissima, lampeggiante, tutta in chiaroscuro come una pala d’altare secentesca – non è facile e, all’inizio, nemmeno piacevole. Chi è abituato alla “petite musique” di Modiano, alla disinvoltura sfrontata di Carrère, alla voluta povertà stilistica di Ernaux, in queste Vite minuscole si troverà spiazzato dal lessico sontuoso, dai frequenti riferimenti poetici e pittorici, dall’ampia sintassi flaubertiana squassata dall’incalzare di un’aggettivazione imprevedibile e spesso discordante. Se il lettore – almeno agli inizi – è messo un po’ alla prova, figuriamoci il traduttore: Leopoldo Carra ha affrontato un compito immane, con coraggio e passione. Ha scelto di rispettare, non maniacalmente ma rigorosamente, la letteralità del testo, e di non mettere note a pié di pagina, con l’intento (lo spiega nella sua bella postfazione) di non diluire la scrittura di Michon, “affinché ne risulti il carattere assoluto, di rara capacità evocativa, di rara potenza nel raccontare”.

La scrittura di Michon nasce – lo ha raccontato lui stesso in un bel libro di interviste del 2007, Le roi vient quand il veut – da una crisi profonda che spezza la sua vita in due, come la vita di Pascal o quella di Proust. Nato nel 1945, Michon, come tanti della sua generazione, nel 1968 si getta senza riserve nella militanza politica. Questo significa per lui lasciarsi risolutamente alle spalle il mondo in cui è cresciuto: un povero villaggio perso nella campagna della Creuse, dove la mamma maestra lo ha allevato da sola, perché il padre aveva lasciato la famiglia due anni dopo la sua nascita; dove è stato un precoce, brillante lettore dei classici della tradizione scolastica francese e di Rimbaud; dove i nonni paterni, quasi a compensare la fuga del padre, hanno circondato la sua infanzia di affetto e di incongrui e patetici regali, emersi dal fondo di qualche cassetto polveroso: giocattoli d’anteguerra, statuine sbreccate, vecchi salvadanai. Nel periodo delle illusioni rivoluzionarie, tutta questa realtà arcaica, modesta, opaca, perde per lui senso e valore. I “contadini poveri e semipoveri” a cui il presidente Mao affida la salvezza del mondo non sembrano aver proprio nulla in comune con gli afasici ubriaconi del suo villaggio natale, quelli che da bambino lo hanno accarezzato con le mani rugose dalle unghie nere. Allo stesso modo, gli autori cari alla mamma maestra, Balzac e Victor Hugo, hanno perso ogni aureola; nello zaino del militante che gira per la Francia, al seguito di una piccola compagnia teatrale impegnata, sono stati sostituiti dai teorici di Tel Quel, da Nietzsche e da Bataille. Quando però la compagnia si scioglie e la trasformazione del mondo a breve scadenza si rivela un miraggio, tutto cambia di nuovo per il giovane Pierre: dopo un’erranza che lo porta ai confini dell’autodistruzione, è il paese natale a riaccoglierlo e a permettergli, in qualche modo, di ritrovarsi. Ascoltando i racconti della madre, o passeggiando tra le povere tombe del cimitero di Chatelus, Pierre distoglie lo sguardo dagli orizzonti di un utopico futuro per rivolgerlo al passato concreto da cui proviene: quel passato è un mondo, popolato di creature segnate da una sofferenza senza spiegazione e senza voce in cui riconosce la sua.

Nasce così Vite minuscole, da una duplice resurrezione .

Da un lato risorgono, nelle pagine del libro, figure dimenticate che Pierre ha conosciuto o di cui ha sentito parlare: tra gli altri, l’orfano André, scomparso a cercar fortuna in Algeria; Toussaint, il contadino che trascorre la vita a fantasticare sulle avventure del figlio che crede in America, e che forse è invece in prigione; il fascinoso parroco Georges Bandy, che dopo esser stato una leggenda agli occhi delle parrocchiane, precipita nell’alcoolismo e diventa il congeniale profeta di una piccola comunità di malati di mente.

L’altra resurrezione ha luogo nel linguaggio e nello stile: per celebrare questi umili – così diversi, con i loro tic e loro fisionomie alla Bosch, dai proletari idealizzati dall’estetica gauchiste – Michon riannoda il filo che ai tempi dell’infanzia e della scuola lo legava a una tradizione letteraria in seguito disprezzata. Nella voce del suo narratore coesistono Hugo e Baudelaire, Céline e Proust, Flaubert e Rimbaud; gli echi delle loro opere si intrecciano con quelli della Bibbia, che per l’incredulo Michon è il libro originario e la fonte stessa del suo amore per la parola (“La Bible est mon pays”, si intitola un’intervista rilasciata dallo scrittore al critico Marc De Biasi).

All’insegna della morte e del sacrificio, ma anche dello splendore segreto di una quotidianità trascurata, le “Vite minuscole” che compongono il passato finiscono per somigliare, nell’evocazione di Michon, alla vecchia cascina di Les Cards in cui la madre e lo zio Félix speravano che un giorno lui avrebbe abitato: un luogo insieme di perdita e d’incanto.

Mi resta la casa; il mio amore per lei non è venuto meno. C’è un glicine morto che si dispera; le intemperie e la mia incuria hanno mandato tutto in rovina; le essenze rare che Félix aveva piantato per me crollano a una a una sui fienili, tra scricchiolii improvvisi e lente erosioni; i forti venti scagliano lastre d’ardesia ubriache contro gli ippocastani, l’acqua morta si accumula dove i vivi dormivano, cadono fotografie e in fondo agli armadi altre sorridono nel buio all’oblio che le ricopre, schiattano topi e altri arrivano, pazientemente tutto si disfa. Su, va tutto bene; gli angeli misericordiosi passano in un volo d’ardesia, si spezzano e risorgono nell’aria azzurra; di notte scostano le ragnatele, vicino alle finestre rotte guardano luna dopo luna immagini di antenati di cui conoscono i nomi, bisbigliano soavemente tra loro e forse ridono, blu come la notte e profondi, ma cristallini come una stella; che godano della mia inabitabile eredità; il miracolo è consumato.

Annunci