mangiatore

di Mariolina Bertini

In Quand sort la recluse l’ultimo romanzo poliziesco di Fred Vargas, che uscirà penso tra poco in traduzione italiana, il XIX capitolo si apre su un dialogo singolare tra il commissario Adamsberg e il suo collega Louis Veyrenc. Parlano di un altro poliziotto, VoisenetHai mai conosciuto Balzac? – chiede Veyrenc a Adamsberg .

– No, Louis – risponde Adamsberg – non si è presentata l’occasione.
– Allora guarda Voisenet, e vedrai Balzac. Non ha le sue sopracciglia aggrottate, non è ancora grasso come lui, ma mettigli un paio di baffi neri e vedrai Balzac.
– Allora, in fin dei conti, Balzac non è morto.
–In fin dei conti, no.
– È confortante.

Non è il solo, Adamsberg, a considerare “confortante” la viva presenza di Balzac nel XXI° secolo. Due romanzieri italiani, molto diversi tra loro, hanno testimoniato di recente della loro profonda familiarità con l’autore della Commedia umana. Quello stesso Balzac che a Nathalie Sarraute e a Roland Barthes, un po’ oltre la metà del secolo passato, pareva incarnare la forma romanzesca più desueta, accanita a duplicare il reale con inutile e ottusa diligenza, nelle pagine di Moresco e di Franzosini ritrova l’aura e il fascino che aveva agli occhi dei contemporanei; ridiventa quel Balzac in cui Théophile Gautier vedeva il più appassionato e visionario dei creatori, in lotta perenne con la realtà come Giacobbe con l’Angelo, come il Frenhofer del Capolavoro sconosciuto con l’immagine sfuggente della sua Bella litigiosa che non si lascia fissare sulla tela.
Antonio Moresco ha scelto, per raccontarci il suo rapporto con Balzac, la forma del dialogo (Il fronteggiatore. Balzac e l’insurrezione del romanzo, pp. 187, 13 €, Bompiani, Milano 2017). La sua interlocutrice è Susi Pietri, una studiosa che ha dedicato diversi decenni di lavoro agli echi di Balzac tra Otto e Novecento: in Wilde, in Stevenson, in Henry James, in Svevo, in Pasternak e in molti altri. Il Balzac di Moresco, in questo libro fitto di suggestioni, si profila dunque sullo sfondo di parecchi altri Balzac: il narratore angosciante e crudele scoperto da Bernanos a tredici anni, l’uomo “con mille storie nelle vene” celebrato da Yeats, il romanziere “eccessivo” e “mostruoso” di cui Henry James si propose di seguire l’esempio. Ognuno di questi scrittori lettori di Balzac si è in qualche modo riconosciuto in lui, e Moresco non fa eccezione. Il suo Balzac è, come lui, un “fronteggiatore”, che accetta di confrontarsi con la realtà in un’impresa furiosa e disperata, al limite delle forze umane. Questo lo apparenta, inaspettatamente, a Kafka: “Le loro sembrano due immagini opposte, l’una di un uomo pieno di desolazione che ci sta permettendo di guardare a grandangolo nella sua anima mentre sta a sua volta guardando nella nostra, l’altra fanciullesca, sproporzionata, recitata, infiammata. Potrebbero sembrare due scrittori opposti, ma non lo sono. Sono tutti e due, ciascuno a suo modo, dei fronteggiatori, sono due uomini e due scrittori che, con le loro fragilità o le loro ingenue e commoventi farse, hanno affrontato il drago”.

Fronteggiatore
Come il Balzac di Zola, come quello della statua possente di Rodin, il Balzac di Moresco è un Balzac eroico, titanico. Edgardo Franzosini, nel suo Mangiatore di carta (pp. 130, 12 €, Sellerio, Palermo 2017; 1° ed., Sugarco 1989), ci presenta invece un altro Balzac: quello brillante e paradossale – “fosforico”, si diceva allora – di cui i contemporanei adoravano i trattati semiseri (sulla vita elegante, sugli “eccitanti moderni”, sulle piccole miserie della vita coniugale), la verve inesauribile, lo sguardo spregiudicato sui più riposti segreti della cronaca e della storia.
In copertina all’edizione Sellerio del Mangiatore di carta – che riprende, aumentato, il testo pubblicato da Sugarco nel 1989 – c’è una graziosa caricatura ottocentesca, un po’ sviante rispetto ai contenuti del racconto. Rappresenta un omino col cilindro che sprofonda beato in un mucchio di volumoni, forse di argomento musicale (l’unico titolo leggibile è “Opere di Saverio Mercadante”). Si tratta evidentemente di un “divoratore” di libri, e il lettore è indotto a pensare che sia lui quel “mangiatore di carta” di cui sta per leggere la storia. In realtà, le cose stanno diversamente. Il “mangiatore di carta” di cui Franzosini ha ricostruito l’avventurosa biografia, Johann Ernst Biren, non era un lettore compulsivo, ma un povero segretario di bell’aspetto, dedito, nella Curlandia del ‘700, al vizio di rosicchiare, masticare e inghiottire la carta scritta. Vizio pericoloso se coltivato negli ambienti diplomatici: divorato voluttuosamente un importante trattato internazionale, lo scrivano ghiottone non ha altra possibilità se non quella di andare a gettarsi ai piedi della sovrana e rimettersi alla sua clemenza. Colpita dall’avvenenza del giovane, la duchessa di Curlandia ne fa il suo favorito e, quando resta vedova, lo sposa, coronando con un esito fiabesco la sua esistenza travagliata. Dunque non è certo Johann Ernst – che nei ritratti si pavoneggia sotto un’imponente parrucca ricciuta – l’omino col cilindro della copertina Sellerio. E allora chi è? Io sarei dell’idea di ravvisare in lui un avatar ottocentesco dell’autore, di Edgardo Franzosini, divoratore di carta stampata se mai ce ne furono e incomparabile cacciatore di vicende eccentriche nascoste nelle pieghe più riposte della storia ufficiale. A sostegno della mia tesi, farò notare che il Mangiatore di carta è proprio la fedele relazione di un viaggio di Franzosini nella Parigi del XIX° secolo, viaggio che lo porta ad incontrare, prima in Place de la Concorde e poi nella sua periferica dimora di Passy, Honoré de Balzac, “più corto che piccolo, le gambe da bassotto e il profilo ad asso di picche”, insaccato nel saio monacale di tinta chiara che indossa per scrivere e che simboleggia la sua religiosa dedizione alla scrittura. Perché proprio Balzac? Ma perché è stato lui a mettere Franzosini sulle tracce di Biren. Ai tempi in cui aveva esercitato la professione di tipografo-editore, Balzac aveva compilato e pubblicato un Album aneddotico, di quelli in cui la buona società di allora attingeva gli argomenti di conversazione e una patina superficiale di cultura storica. La biografia di Biren vi figurava con tutte le sue peripezie, trasformata in un brillante romanzo di avventure. Balzac se ne ricordò mentre redigeva il finale di Illusioni perdute. In quel finale, il giovane, bellissimo poeta Lucien de Rubempré, che sulla via della gloria ha incontrato soltanto delusioni, si prepara ad andare ad annegarsi nella Charente. Lo intercetta sulla strada maestra il canonico spagnolo Herrera, sotto la cui parrucca candida si nasconde l’ex-ergastolano Vautrin, molto sensibile al fascino dei giovani belli e ambiziosi. Folgorato dall’aspetto angelico di Lucien, Herrera-Vautrin vuole distoglierlo dal suicidio. E proprio per distoglierlo dal suicidio gli racconta la storia di Biren, che deve dimostrargli come un colpo di fortuna possa salvarci inopinatamente nella situazione più disperata, soprattutto se siamo giovani e di singolare avvenenza.
Ricostruttore attento di vite sempre marginali, Franzosini, in una sorta di staffetta narrativa, prende il testimone dalle mani di Balzac e, completando con l’immaginazione i risultati di un’assidua ricerca, racconta nel Mangiatore di carta la biografia di Biren, con molti dettagli di cui né Balzac né il canonico Herrera erano a conoscenza. Decide però, prima di completare la sua impresa, di chiedere qualche chiarimento al suo predecessore. Ed è così che approda nella Passy del 1840 circa. Pronunciata la parola d’ordine con cui Balzac tiene lontani i creditori e gli importuni, siede nello studio del romanziere e, davanti al calamaio in malachite e oro dono di Madame Hanska, discorre con lui di uno dei suoi argomenti favoriti, il potere distruttivo delle passioni.
In questo libretto, dove ogni pagina ha il peculiare incanto dei racconti di Franzosini – l’incanto del suo humour impassibile, surreale e cerimonioso –, io ho apprezzato particolarmente la prima e l’ultima scena, quelle in cui compare, evocato con gran lusso di particolari autentici, Balzac. Sono particolari che rimandano alle minuziose ricerche del Franzosini mangiatore di carta, attento a tutte le fonti d’informazione, dalle lettere a madame Hanska alle memorie dell’editore Werdet. Ma di quelle ricerche maniacali, nel momento stesso in cui le pratica, Franzosini non cessa mai di sorridere. E il suo sorriso, come quello dell’omino col cilindro che figura in copertina al suo libro, è una pugnalata mortale alla seriosità dell’erudizione accademica, a quella “boria dei dotti” che tanto spesso ci opprime con la sua presunzione quando ci avventuriamo nel mondo fascinoso del passato.

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