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Piazza Rosselli, Siena, 2016 (Foto © Alessio Duranti http://www.alessioduranti.it)

“Diremo allora che l’astuzia di Calvino, scoiattolo della penna, è stata questa: di arrampicarsi sulle piante, più per gioco che per paura, e osservare la vita partigiana come una favola di bosco, clamorosa, variopinta, diversa”. A scrivere è Cesare Pavese recensendo, all’indomani dell’uscita del Sentiero dei nidi di ragno, l’esordio di Italo Calvino. Si tratta di un giudizio straordinario per diversi motivi: non solo perché Pavese rende pubblica la scoperta del nuovo giovane scrittore, non solo perché ne isola in maniera lucida alcuni nodi della poetica (dall’accenno alla fiaba a quello degli alberi su cui salirà, di lì a qualche anno, il barone rampante), ma perché imposta delle categorie interpretative alle quali i successivi critici si rifaranno per molto tempo, sicuramente lungo il corso degli anni Cinquanta, quando per l’autore della Speculazione e della Nuvola di smog si fa evidente il ruolo di intellettuale impegnato a indagare i problemi e le speranze che la contemporaneità postbellica sta vivendo, con quel modo tutto suo di creare divari per meglio osservare la realtà, di immergere quest’ultima nel bagno antiretorico della dimensione favolosa, non senza qualche eccesso di eleganza intellettuale che uno o due critici ingenerosi gli rimproverarono. Per non parlare dei rapporti con la neoavanguardia del Gruppo ’63 che Calvino guardava con interesse senza mai condividerne le poetiche, finendo per farsi tirare le orecchie da Angelo Guglielmi, tra i teorici più infaticabili del gruppo, e da Renato Barilli; il primo addebitava a Calvino un difetto di impostazione del problema conoscitivo, sostenendo che la sua linea razionalista e illuminista non era più in grado di dominare la complessità del reale, e che quindi fosse a essa preferibile una forma di avanguardia “viscerale”, in quanto quest’ultima sarebbe stata l’unica in grado di rappresentare il mondo per quello che è, cioè un caos. Il secondo, Barilli, attaccava a sua volta I racconti trovandoli negli intenti e nella realizzazione legati a un naturalismo ormai del tutto superato.
E chissà che non fossero state anche queste scaramucce a portare Calvino a un libro straordinario come La giornata d’uno scrutatore, ove il mutato approccio con la realtà si carica di nuove inquietudini che, mentre cercano di affrancare la letteratura da troppo pesanti ipoteche antropocentriche, ridefiniscono il discorso sul metodo: è l’aurora del cosiddetto ‘Calvino di seconda maniera’ che ora un libro indispensabile di Domenico Calcaterra, appunto Il secondo Calvino. Un discorso sul metodo (con Prefazione di Alessandro Zaccuri, Mimesis, pp. 177), rilegge con sapiente intelligenza, dando forme e ragioni a quella serie di opere, immesse nel circuito della narrativa italiana, che tra gli anni Sessanta e il decennio successivo sconcertarono la critica, mettendola a volte in serie difficoltà. Molti infatti, avvezzi a categorie interpretative ormai collaudate (la fantasia ariostesca, l’ironia, l’apologo morale, l’indirizzo favoloso come modo di agire sull’uomo contemporaneo, la sorveglianza stilistica, ecc…), faticarono ad accettare libri come Le città invisibili o Il Castello dei destini incrociati.
Senza tralasciare le perplessità che già mossero la penna di quanti non seppero se indicare, di questo nuovo Calvino, la bravura stilistica al servizio d’una raffinata intelligenza o il semplice ripiegamento verso sterili prose d’arte, belle da leggere ma artificiose e inutili, Calcaterra non solo ammorbidisce alcuni giudizi, riabilitando in tutto e per tutto quella maniera troppo schematicamente o troppo sbrigativamente condannata come letteratura del disimpegno e dell’“effetto di apocrifo” a confronto della viscerale morsa sulla realtà offerta da un autore come Pasolini (si ricordi la monografia di Carla Benedetti, Pasolini contro Calvino. Per una letteratura impura, Bollati Boringhieri, 1998); ma ne mette in evidenza il nuovissimo modo di fare, quello che ha saputo immettere nella casa polverosa delle lettere il guizzo geometrico della scienza e dei giochi (ma fino a che punto lo sono?) combinatori. Tra le scritture postmoderne di Calvino, Calcaterra conduce per mano a conoscere quelle nuove sfide conoscitive che sganciandosi da una nozione classica di engagement, intesa come partecipazione attiva dell’intellettuale ‘organico’ ai problemi sociali e politici, hanno tentato l’ambizioso progetto di disegnare una nuova e razionale immagine del mondo, non nascondendo, onestamente, di romanzi come Il Castello dei destini incrociati o Se una notte d’inverno un viaggiatore i limiti tra loro necessari ma, a un tempo, contrastanti, che testimoniano infine una duplice impossibilità, quella di rappresentare la complessità della vita e quella pure di rinunciare ai tentativi per farlo.

Recensione apparsa per la prima volta su Satisfiction.

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