M Il figlio del secolo Scuratidi Stefano Trucco

Ho sempre considerato una mancanza della letteratura italiana l’assenza di opere importanti (o l’assenza di opere punto) su Benito Mussolini, personaggio non solo importante storicamente ma anche proprio interessante dal punto di vista artistico. Assenza che faceva il paio con l’altra assenza seria, cioè, nel secondo Novecento (ma anche del primo Novecento, tutto sommato) del romanzo ‘balzachiano’, un tipo di romanzo i cui argomenti fossero il potere e l’ambizione (politica ma non solo) e i loro rapporti con la società, o più in generale un romanzo al cui centro fossero protagonisti che volevano qualcosa e agivano per ottenerlo, con tutte le conseguenze, buone e cattive, del caso. Il punto di vista era sempre quello delle ‘vittime’, o degli osservatori distaccati e coinvolti loro malgrado, o delle coscienze critiche, o degli ‘inetti alla vita’ (con risultati a volte grandi e più spesso desolanti). E le due assenze erano legate: non si scrivevano romanzi alla Balzac perché non si poteva, non si voleva, scrivere del personaggio balzachiano per eccellenza, Benito Mussolini.
Nei romanzi o nei film in cui si parla di fascismo Mussolini è sempre da lontano, come se ci fosse sempre stato: non per niente si svolgono quasi tutti durante il fascismo trionfante dei secondi anni Trenta o durante la caduta in tempo di guerra. Due film in tutto sul 1922; una manciata sugli anni Venti e le origini del fascismo o i primi anni del regime (ma fra questi un film importante, Novecento). In generale, gli anni Venti sono un buco nero dell’immaginario italiano del Novecento, ma questo è un altro discorso. Di fascismo si parlava, eccome, ma prevalevano le interpretazioni che lasciavano ai margini il personaggio del Duce.
In breve, perché non si scriveva di Mussolini? Perché era difficile e avrebbe portato più problemi che altro: una dimostrazione di debolezza, diciamo. Ci si facevano dei nemici e anche dal punto di vista strettamente letterario e artistico non si sapeva bene come procedere.
Ora, notizia buona e notizia cattiva. La buona: qualcuno ha scritto sia il romanzo su Mussolini che quello balzachiano che io ritenevo, per usare quella parola giustamente ridicolizzata, necessari. La cattiva: l’ha scritto Antonio Scurati.
Scurati ha avuto un notevole coraggio, sia dal punto di vista estetico, per i motivi accennati, che politico, per motivi che lascio sottintesi, a lanciarsi in questo titanico tentativo (un primo volume di 800 pagine che copre gli anni dal 1919 al 1924; altri due a venire che arriveranno al 1945). Lo fa scrivendo non esattamente un romanzo storico ma una ‘storia romanzata’, genere tutt’altro che spregevole (era quello di Maria Bellonci, per dire). Non ci sono personaggi o dialoghi o scene inventate di sana pianta: ci si basa sui documenti, con una maggior libertà d’interpretazione e drammatizzazione rispetto a uno storico puro.

Antonio Scurati Benito Mussolini Verri blog

Poiché Scurati si prende tutto lo spazio e il tempo necessari, il panorama, pur centrato su Mussolini, è molto affollato. Altri prendono a turno il centro della scena: D’Annunzio, Matteotti, Balbo, Bombacci, Arrigo Dumini (l’assassino di Matteotti). E tutte le articolazioni e conflitti di quegli anni agitati e complicati sono riportate alla luce e insufflate di nuova vita, con un linguaggio attuale e attualizzante, non un pastiche d’epoca. Chi non legge storia non si rende facilmente conto di quante più cose succedano in un buon libro di storia rispetto a un romanzo, liberi dalla schiavitù dello ‘show don’ttell’ e di quanto strani e sorprendenti e spiazzanti possano essere i documenti, letti di per sé. Ora che la storia si impara in tivù, poi, anche quando è fatta bene, i dettagli, cioè la parte davvero interessante, si perde sempre. L’interpretazione che Scurati dà di quegli anni, pur con l’apporto di pensatori successivi (Mosse, Talmon, Canetti, Theleweit), non è poi così diversa da quelli di probi vecchi liberali come Chabod e Salvatorelli: non fa nemmeno troppi sconti ai socialisti e ai loro eccessi pseudo-rivoluzionari, o allo stato confusionale dei politici liberali.
Al centro Mussolini, l’uomo di potere, l’uomo che segue gli eventi più che il motore della Storia, che va per conto suo, ma che sa meglio di tutti (specie del rivale D’Annunzio) come nuotare nel flusso per arrivare dove vuole, al potere senza perché, al potere perché sì; il giocatore che rilancia e vince (finché, un giorno, non finirà per rilanciare e perdere, trascinando il paese con sé) e si gode il bottino, specie le donne (qui domina la raffinata critica d’arte Margherita Sarfatti). Dietro di lui gli odi e i risentimenti di una nazione che penzola sull’orlo della guerra civile (molti dettagli parranno assurdi al lettore d’oggi, convinto di vivere tempi favolosamente violenti).
Fin qui, tutto bene. Un libro coraggioso, un libro ‘necessario’ (di nuovo), un libro per tempo. (Considerate che per i fascisti il Duce è quello dei finti diari di Dell’Utri, scritti in realtà da due casalinghe di Novara negli anni Cinquanta: un santino benintenzionato ma un po’ ingenuo che tutti tradiscono e alla fine lo amazzano ma era tanto buono e voleva solo il bene dell’Italia).
Però c’è un problema: è un libro scritto malissimo. Gli svarioni storici notati da Galli Della Loggia (un uomo che ha scritto un libro per dimostrare che la fine del fascismo è stata la morte della Patria, cioè ‘Fascismo=Patria’) ci sono e tanti. Non sono tanto errori storici (la documentazione è evidente e profonda) quanto pura sciatteria, di Scurati e di chiunque abbia fatto o non fatto l’editing (una sconfortante abitudine per Bompiani, a questo punto…). La critica faziosa di Galli della Loggia benchè apparsa sull’autorevole Corriere della Sera è la classica infamata da social in cui si risponde a un argomento notando gli errori di grammatica, a volte immaginari. Però Galli della Loggia non è incompetente e gli errori ci sono e non dovrebbero esserci: danno molto fastidio a chi conosce l’argomento, anche se accetta il quadro generale (dopo che Garboli mi ha convinto che è Pascoli, non D’Annunzio, non Carducci, il vero poeta del fascismo, sentir attribuire a Carducci una sua frase che dovrebbe essere famosissima – “La Grande Proletaria s’è mossa…’- è come una forchetta che stride contro una lavagna). Una seconda edizione affidata a un editor con un minimo di conoscenza storica risolverebbe questa parte del problema senza difficoltà.
Poi ci sono i limiti dello Scurati scrittore, il tono enfatico, pesante, turgido, coatto, ‘mock-heroic’; l’assoluta mancanza di leggerezza e umorismo (d’accordo scegliere il registro alto, adatto al tema, ma il comic relief lo usavano Shakespeare e John Ford; in più, ci sono decine di situazioni potrebbero essere usate ironicamente o satiricamente ma Scurati non se ne accorge o, se se ne accorge, non ci riesce); gli espedienti per drammatizzare le scene desunte dai documenti sono a volte efficaci, a volte sono pulp nel senso peggiore del termine, a volte sono semplicemente goffi; le agudezas che a volte centrano il bersaglio ma di solito si perdono nell’erba; le paginate prese di peso da Wikipedia…
Anche l’analisi di carattere di Mussolini, tutto sommato intelligente e centrata, manca dell’acutezza e del senso del ridicolo di, per esempio, Paolo Monelli (“Mussolini piccolo borghese”) o di Gaspare Giudice (la biografia che pubblicò per Utet nel 1971) e deve purtroppo molto a quell’industrioso e onesto storico ma pessimo scrittore e ancor peggiore psicologo di Renzo De Felice (avete mai provato a leggerlo? Ecco, fidatevi: illeggibile).
Insomma, un potenziale disastro. Però il libro si salva per il ritmo, il passo, che è quello giusto. Capitoli brevi e incalzanti che rendono il ritmo della storia di quegli anni e trascinano loro malgrado verso il finale atteso. Il ritmo e l’aderenza ai documenti (giornali, lettere, memorie, rapporti di polizia etc) salva la giornata e il libro.
Del resto può essere che un lettore come me, e non solo, abbia il palato rovinato dal buon gusto? Non può essere che quello di Scurati, per accidente, sia il tono giusto per il pubblico di oggi? Arbasino, parlando dei romanzi del suo amico Umberto Eco, così diversi da quelli previsti dal Gruppo ’63, notava già come Eco avesse cercato una lingua per parlare di cose importanti a gente che non sapeva praticamente niente (il termine usata da Arbasino è ‘zombi’). Eco costruisce ‘oggetti complessi che fanno un po’ paura agli incolti’. E la differenza fra Eco e Scurati, oltre al talento, potrebbe essere quella fra il 1981 e il 2018, dove la situazione non è certo migliorata.
Riassumendo: un gran libro ma non un bel libro, un libro importante ma non un capolavoro, un libro che andava scritto ma purtroppo l’ha scritto Scurati. Però, come abbiamo detto, quelli bravi, per motivi secondo me poco onorevoli, non l’hanno voluto fare e l’ha fatto Scurati, cioè un uomo con una immotivata fiducia nel suo genio. Ma, come diceva G.K. Chesterton ‘Se una cosa vale la pena farla, vale la pena farla male’.
Verdetto finale: bene, ma non benissimo.

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Stefano Trucco propone inoltre di leggere questa sua recensione al romanzo di Antonio Scurati tenendo sotto gli occhi le illustrazioni che il cartoonist britannico David Low dedicò al dittatore nostrano durante tutto il ventennio. Qui l’approfondimento.

Vignetta Mussolini

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